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T-Kid 170 Back to the roots

20.11.2018

T-Kid170 è una leggenda vivente, un pilastro della cultura graffiti. Nato nel Bronx, ha forgiato con i suoi compagni d’atelier di pittura un vero e proprio stile di vita, fatto d’azione e di creazione.

Tutto inizia con uno pseudonimo su un muro del quartiere, poi un affresco sulla metropolitana, poi è la fortuna e la volontà di percorrere il mondo per esercitare la sua passione. T-Kid si racconta, 45 anni di burner, wholecar, graffiti, affreschi, murales…

T-Kid170 è su Instagram: instagram.com/tkid170

Come si cresce nel Bronx come writer?

Il problema non era tanto crescere come writer, ma ero sempre per strada. E nel Bronx degli anni ’70 c’erano molti problemi e gang.

Quando ero giovane, facevo delle acrobazie sulle altalene del parco giochi sotto casa mia e ho vinto una battle contro un altro ragazzo. È in quell’occasione che i più anziani mi hanno chiamato King, per King of the Swings (il re dell’altalena). Un giorno ho taggato King 13 su un muro di fronte al parco, e lì i tipi della gang del quartiere sono venuti e mi hanno detto: “Ehi, hai taggato nel nostro turf, devi far parte della gang per poterlo fare.” Io non sapevo nemmeno che turf significasse “il quartiere”! Mi hanno detto che avevano visto le mie acrobazie sull’altalena e che era davvero cool e quindi non mi avrebbero preso a legnate.

Poi ho iniziato a scrivere King13 nel 1973, avevo 13 anni. Ho conservato questo nome per un po’, poi sono uscito dalla gang. Ho scritto Sen102 a Spanish Harlem, con i Renegades of Harlem, c’erano anche Smokey, Dimond Dave, Danco. E con Sly108 dei Savage Sumari facevamo delle belle scorrazzate.

Sono rimasto con i Renegades per due anni, ma nel 1977 mi hanno sparato, ho deciso in quel momento di lasciare definitivamente le gang. Mi piacevano molto i graffiti, ho adottato il nome di T-Kid per ricominciare. Mi chiamavano Big T poiché ero alto e robusto, allora ho conservato la T e Kid perché spesso ero il più giovane nelle bande. Ecco come è nato T-Kid, 170 è il numero della via dove abitavo.

I graffiti mi hanno permesso di abbandonare la strada. Mi piaceva andare nelle gallerie per dipingere e sono diventato forte in poco tempo. Ho fatto una miriade di burner, ho cambiato spesso nome: Dr.Bad, Wake5, Bro2, ma la gente si ricordava di T-Kid. All’epoca, nella mia crew, TNB / The Nasty Boys, c’erano Peser, Mike-Dust, Joker-1, Rase, che era anche Cooper, La Rock…

Nel 1980, ho deciso di fare una pausa, anche perché c’era in giro parecchia violenza. Ho smesso per un anno e quando ho visto che i graffiti cominciavano a entrare in galleria, mi è piaciuto. Sono stato invitato ad andare a dipingere al Sam Esses studio con Dondi, Zephyr, Futura, S-E 3 aka Sweet Eric aka Haze, Revolt, Ne aka Min-1, Case 2, Cos-207… C’erano proprio tutti, pazzesco! Era la prima collezione di graffiti ed era completa.

In seguito, ho partecipato a un programma che si chiamava No More Trains, dove ho lavorato con dei giovani che erano stati arrestati mentre dipingevano nella metro. Facevo fare loro quello che si chiama il Positive Community Work (ovvero lavori socialmente utili). Ero pagato da Krylon e da grosse aziende per pulire i cancelli nella zona della 14a avenue. E in più realizzavo muri retribuiti.

L’ho fatto per un po’, ma la febbre del graffito mi ha ripreso e sono ritornato nei depositi per dipingere i vagoni della metro. Ho ricominciato a salassarli dall’82 all’85, I was killin’it! Ho fatto centinaia di nasty burner, ed è così che ho affermato il mio stile. Nel mio film ripercorro questo periodo e se ne ritrova traccia anche su Internet.

Ho avuto la fortuna che Henry Chalfant, che ha scritto il libro Subway Art con Martha Cooper, ha seguito il mio lavoro, scattando delle fotografie e in Inghilterra lo hanno visto, soprattutto il graffito che ho fatto per mio padre quando ha avuto un attacco cardiaco. Mi hanno chiesto di venire a Londra per dipingere un muro per la marca di audiocassette TDK e questo mi ha esposto all’Europa. Da allora, ritorno ogni volta che ne ho l’occasione (ride).

Parlando di graffiti, c’era concorrenza con gli altri quartieri?

Altroché! Continuamente! Per questo i graffiti sono diventati così grandi e così popolari. I graffiti rappresentano un’arte che parla a tutti, è comunicazione. Quando facevo un T-Kid su una metro a Ghost Yard [tempio dei graffiti, un deposito dove si trovavano le metro] non si sapeva dove sarebbe andato a finire: Queens, Manhattan… o Brooklyn, e caro mio, Sonic lo vedeva passare e subito sentiva la pressione per fare una metro a sua volta. Quando un Sonic arrivava nel Bronx, mi giravano le scatole, e ci ritornavo.

Puoi fare personaggi, lettere diverse, ma il graffito è la tua firma sui treni. Deve muoversi, il tuo nome deve circolare da un punto all’altro della città. Tutti erano in questo delirio: Dondi, Lee, sì, Lee era il migliore, lascia stare! Tutti parlano di Dondi, era bravo, ma francamente ha avuto successo perché Martha Cooper ha scattato un sacco di foto su di lui. Uno dei migliori è davvero Lee, the Fabulous Five Lee! E non Fab Five Freddy!

“New York ama i graffiti,
fanno parte della cultura della città.”

È lui l’eroe del film Wild Style, no?

Ecco! È lui. Nessuno sapeva cosa scriveva, era molto discreto. D’altro canto è divertente, perché Charlie Aheam, che ha fatto il film, lo ha chiamato Wild Style perché i tizi come Zephyr avevano un certo stile e si è detto che era del Wild Style. Ma non è vero.

Wild Style era la crew di Stacy168, uno dei maestri del graffito, c’erano anche Jimmy-Hahah, Bac, Chi-Chi 133… Mi ricordo anche quando Zephyr mi ha chiesto di entrare nella crew, Tracy mi ha detto: “Ha una pistola? Ho risposto: “No”, allora ha detto: “Fuck him! “ Questo era Tracy!

Per chi non conosce i graffiti e le varie tecniche, puoi darci qualche precisazione e spiegare cos’è un burner, un wholecar…

Aahhhhh … Un burner è uno stile. È uno stile complicato, con lettere intrecciate, connesse, c’è lo stile meccanico, robot, organico, bubble. Prevede anche un gioco di colori e quando la metropolitana viaggia, è fiammeggiante, per questo si chiama burner. Quando la metro arriva nella stazione, in pieno sole, boom, è luminoso!

Un wholecar è quando dipingi un vagone intero, dall’alto in basso, dall’inizio alla fine. Quando dipingi sotto i finestrini si chiama window down. Ci sono diversi tipi di window down, come l’end to end, dall’inizio alla fine del vagone. Puoi anche fare un one panel, sopra puoi mettere un throw-up o taggarlo.

I più anziani insegnavano la tecnica del graffito ai più giovani?

Tracy168 mi ha insegnato i graffiti e prima di lui Padre Dos che si chiamava Jesus Cruz, pace all’anima sua. Mi ha insegnato a dipingere, s’ispirava a Tracy, ma soprattutto a Phase 2 che è il padrino del graffito e che ha inventato tutti gli stili, dal bubble al mechanical, è The man. Padre Dos è un discendente di questo tizio, ha imparato guardandolo. Padre mi spiegava come tracciare le lettere, dove mettere le frecce, e soprattutto come combinarle tra loro.

Quando ho incontrato Tracy, nel ‘77, mi ha detto che avevo stile e che sarei stato forte se avessi continuato, ha visto una scintilla in me. Mi ha soprattutto insegnato a rubare le bombolette, la composizione e il valore commerciale del graffito. Sono stati i miei prof, Padre è stato il mio mentore.

Le bombolette erano il tuo primo strumento per dipingere?

I marcatori sono stati i miei primi strumenti. Pilot, Uni, Mini, Uni wide, poi ho utilizzato le bombolette e le mie preferite erano le Red Devil… Una crema… Davvero eccezionali.

Krylon aveva molti colori, ma non era la pittura migliore, non abbastanza coprente, bisognava passare una mano di bianco prima.

C’era Rustoleum, non era facile da trovare e funzionava bene con i fat caps [punte trafficate perché i tratti fossero larghi, poi sono state proposte e vendute delle misure] Gefen. All’epoca non si vendevano i cappucci: skinny, super skinny, phat… si doveva inventare tutto.

Quando parli di metropolitana, ti emozioni.

Sì certamente… È lì che ho vissuto, è la mia cultura. Fare un treno, vedi, non vi è nulla di più piacevole al mondo. Ho fatto il graffito “Breakdance” e quando è arrivato il vagone nella stazione della 96th sulla linea 2, eravamo sul marciapiede, c’era un sacco di gente e la gente ha applaudito. Ti giuro! È un momento incredibile. “New York ama i graffiti, fanno parte della cultura della città.”

Per passare ad altro, come ti sei ritrovato a fare dei workshop per i ragazzi a Villiers-le-Bel, nell’hinterland di Parigi?

Dipingevo a La Place a Châtelet sulle palizzate e un’insegnante è passata con la classe. I ragazzi hanno voluto provare e ho dato loro qualche consiglio. Quando la maestra ha visto, mi ha chiesto di andare in classe per mostrare loro come fare. Ai bambini piacciono un sacco i graffiti e la street art e vogliono esprimersi, lasciarsi andare, non è facile perché a Villiers-le-Bel ci sono parecchi problemi.

Ma è il loro ambiente e se rimani le cose possono andare storte. Ho trasmesso loro questo messaggio: “Se ti piace dipingere o ballare, lo puoi fare anche altrove e tornare di tanto in tanto qui.” Bisogna dare loro una mano nella giusta direzione.

 “Avevamo  sempre  una  videocamera  quando  andavamo  a  dipingere,  filmavamo  semplicemente  tutto"! 

Hai un rapporto particolare con la Francia…

Adoro la Francia! Il primo francese che faceva graffiti che ho incontrato alla fine degli anni ‘80 al Roxy’s era Bando… Poi ho conosciuto Mist che è venuto a New York. E negli anni ‘90 ho incontrato la Mac crew: Kongo, Colorz e tutti gli altri. Mi hanno invitato a Parigi per il festival Kosmopolite, poi ho incontrato Fafi e anche la crew di Tolosa. La Francia è la mia seconda patria.

D’altro canto, quando vieni a Parigi stai da Wuze, come l’hai incontrato?

Ah! Ci siamo conosciuti alla Gare Express, tramite un amico comune Yann, Lazoo. Ho potuto constatare il suo talento, è bravo, e in più sa utilizzare i software di grafica, oggi è importante. Mi ha aperto le porte, siamo diventati amici, è bello stare da qualcuno, scoprire la città insieme.

E poi mi ha introdotto presso lo staff Posca, è davvero cool, non è sempre facile trovarne a New York. Adoro utilizzarli su tela, o per disegnare sui treni [i vagoni in 3D su cui dipinge attualmente e che saranno esposti alla Next Street Gallery.]

C’è anche un documentario su di te, The nasty terrible T-Kid, com’è andata?

Ho pubblicato un libro nel 2005, e durante una sessione di dediche in California ho incontrato un tizio della Carly de Love Machine Films, una società di produzione, mi ha intervistato e siccome le cose sono andate da dio, ci siamo detti perché non fare un film insieme? Avevo molte immagini dell’epoca, era semplice da organizzare. È cool vedere il proprio lavoro sul grande schermo!

È interessante perché negli Stati Uniti le culture emergenti sono molto documentate, ci sono molti archivi…

Ho un sacco di cose su video, su diversi tipi di cassette, e dire che la mia ex moglie per poco non mi buttava via tutto! Avevamo sempre una videocamera quando andavamo a dipingere, filmavamo semplicemente tutto! Non pensavamo a quel che ne avremmo fatto.

Ci sono anche i collezionisti che permettono di salvare le opere. Ce ne sono diversi che seguono il mio lavoro, e questo mi dà l’occasione di organizzare e classificare le mie tele, sono persone molto diverse peraltro, un trader di Wall Street mi ha presentato delle persone della catena di hotel Radison, vogliono che dipinga le loro hall. Sono pronto!

Quando ero giovane ero hard core, oggi ho voglia di essere pagato per il mio lavoro, faccio parte della storia! Se Orange, Donald Trump vogliono un muro, che paghino! Sono pronto a dipingere sul muro che vuole costruire tra il Messico e gli USA, ci scriverò sopra WELCOME! Benvenuti a casa!

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